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Sabato, 28 Dicembre 2019 13:43

Paola Gabrielli intervista una lettrice dell’Ombra di Omero

Mi siedo accanto a Marzia (nome fittizio) e la osservo: noto che è un po’ agitata. Mi dice sorridendo, che non è abituata a rilasciare interviste, ma ne è felice la sua testimonianza può essere d’aiuto ad altre persone che vivono un momento di difficoltà o che, semplicemente, vogliono mettersi in gioco.

PAOLA: “Marzia, cosa ti ha spinto a voler leggere l’Ombra di Omero?”.

MARZIA: “Ricordo: era Natale dell’anno scorso, quando, ho letto della presentazione del tuo libro: L’Ombra di Omero. Sono rimasta colpita dalla particolarità dell’opera, dalla possibilità cioè di stabilire un dialogo sia con sé stessi, la propria ombra, che con l’autrice, leggendo, capitolo dopo capitolo, il libro. Stavo vivendo allora un momento di dolore, un “lutto”, l’abbandono cioè della persona amata. Mi era crollato il mondo addosso: lui che mi aveva fatto sentire così speciale, l’unica e riempito di attenzioni, aveva scelto un’altra con cui creare una famiglia ed avere figli. Non riuscivo a crederci, né a togliermi lui dalla mente. Provavo a chiamarlo, ma il telefono suonava a vuoto; ed io lì, con il cuore in gola, sperando che mi rispondesse. Passavano i giorni: ogni tanto provavo a mandargli qualche messaggino: mi avrebbe risposto? Notavo che li visualizzava, ma poi non mi rispondeva. Perché era successo tutto questo? Avevo forse sbagliato qualcosa? Non ero forse abbastanza? Cosa aveva lei più di me che io non avevo? La mia autostima era stata messa a dura prova. Il libro poteva aiutarmi nel trovare le risposte che ancora non riuscivo a vedere”.

PAOLA: “Infatti, come scrivo nel romanzo I sommersi e i salvati, spesso siamo disposti a tutto pur di non vedere ciò che non vogliamo vedere… Forse non hai colto i segnali, che qualcosa nella vostra relazione stava cambiando…”. Marzia mi osserva e ci pensa. Annuisce. La comprendo.
“Ma dimmi ora del tuo percorso con L’Ombra di Omero: Cosa hai provato mentre coloravi i mandala e scrivevi le tue storie? Perché questo è il libro: Un testo interattivo nel quale il lettore può scrivere di sé e colorarsi attraverso i mandala, ma non solo…”.

MARZIA: “Colorare i mandala mi dava molta tranquillità. In quei momenti riuscivo a “staccarmi” dal mondo, a lasciar andare i problemi, ricreando uno spazio tutto mio, un momento speciale in cui immergermi nel colore. A volte però mi innervosivo: avrei voluto buttare via tutto, stracciare le pagine perché il risultato non mi soddisfaceva, o perché, ne ho avuto consapevolezza, emergeva qualcosa dalla mia interiorità che non mi piaceva e si rifletteva nel colore. Ma poi mi fermavo, respiravo e ritornavo ad amare la mia creatura, nella sua imperfezione, il mio mandala.
Scrivere per me all’inizio era molto difficile: affrontare la pagina bianca, cosa scrivere e come scrivere. Ma poi mi tornavano in mente le tue parole: dev’essere una scrittura automatica, non filtrata dalla ragione, libera dalle prigioni della mente. E così mi sono lasciata andare. Il risultato è stato straordinario: rileggendo i miei scritti mi sono commossa, rivedendomi Io bambina che amava leggere, ma che non poteva, allora, leggere…”.

PAOLA: Marzia mi mostra una fotografia che ha incollato su una pagina dell’Ombra di Omero. Rappresenta lei, abbracciata al suo lui, sorridenti; nel mezzo una frattura segnata a zig zag con un pennarello rosso. Marzia stacca la fotografia dal libro e la straccia davanti ai miei occhi facendo cadere a terra i pezzi di quello che è stato ed ora non è più.
Poi le chiedo di parlarmi di lei, chi è oggi Marzia a distanza di un anno, e cosa le ha trasmesso la lettura del libro.

MARZIA: “Ho imparato ad amarmi; a lasciar andare ciò che non mi appartiene più, perché la vita è un processo di metamorfosi continuo, nel quale le persone possono accompagnarci per un tratto più o meno lungo del nostro cammino, ma non devono: la mia libertà finisce dove inizia quello dell’altro; che la felicità sta un poco, che è tanto, nel trovarsi quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo…, come cantava il grande Gino Paoli, per sorridere e ridere assieme della vita, perché ciò che manca oggi, è il guardarsi dritto negli occhi, persi come spesso siamo, dietro agli schermi degli smartphone. Tempus fugit, vita brevis est! Carpe diem. Ho dedicato più tempo alle mie passioni: ho deciso di prendere in affitto un orto e migliorare anche la mia alimentazione, alla quale, prima, dedicavo poca attenzione nella rincorsa del fare e mangiare quando avevo tempo. Infine posso dire di essere una persona più saggia sì, che dà ascolto al proprio sesto senso, perché, come dicevi tu, ci sono dei segnali che ci avvertono dove siamo e dove stiamo andando, basta saperli cogliere e seguire”.

PAOLA: “Sono contenta per te. Siamo nuovamente a Natale un anno dopo. Cosa è per te il Natale e come lo vivi?”.

MARZIA: Il Natale è il periodo dell’anno in cui si sente tutto più forte; a volte ciò che si sente è la mancanza. Personalmente leggo molta falsità nel volersi bene a tutti i costi, nella corsa al regalo, perché così si fa, è la tradizione. Spero che questo periodo passi in fretta e si torni alla normalità; per il nuovo anno mi auguro più verità. Grazie Paola per vermi dato questa possibilità. Un grande in bocca al lupo per il tuo libro e per tutto ciò che ci doni attraverso le tue parole.

 

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Paola Gabrielli

Paola Gabrielli è nata e cresciuta a Cles, in Val di Non. Suo padre la sommergeva di libri; quei libri in cui lei e sua sorella si tuffavano con curiosità e bramosia, assaporandone il profumo fino all’ultima pagina. Anche a notte fonda.

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